Costi della politica e caccia alle streghe: la storia si ripete!

Rimango davvero colpito dal clima da caccia alle streghe che sta alimentando il dibattito sui costi della politica. Posto che più che il costi il vero problema è la macanza di credibilita della classe dirigente, la cosa che trovo davvero folle e’ che sembra che nessuno fino ad oggi fosse a conoscenza dello stato delle cose. Non i giornalisti, non gli anti-politici, non i moralisti, non l’attenta avanguardia della società civile, non i cittadini che oggi additano alla politica come unico elemento di funzionamento distorto del paese fino ad ora si erano accordi dello stato di profonda degenerazione in cui versa il sistema. Ma dove erano i cittadini, gli imprenditori, le associazioni in questi anni? Quando in varie parti del nostro paese si proponeva l’istituzione dell’ennesima provincia, dell’ennesima comunità montana, dell’ennesima società o ente pubblico. Quando il debito pubblico cresceva a dismisura per mantenere un sistema paese che non e’ mai diventato modero? Non e’ che in passato molti cittadini, tante imprese, tante associazioni, tante caste (come quella dei giornalisti ad esempio) abbiano tratto vantaggio da questo sistema? Tutto questo a me sembra molto demagogico, trovo che in questo clima non si possa ragionare su una riforma efficace degli strumenti democratici e sono profondamente preoccupato che come spesso accade in questi momenti ci si avvii mettere in discussione tutto per non cambiare assolutamente niente. Per come la vedo io gli iperbolici costi della politica sono il peso che una società corrotta deve portare per mantenere in piedi se stessa.

Cambiamo e riformiamo la politica quindi, ma partiamo con cambiare noi stessi: la partecipazione come antidoto alla mala politica. Spesso si addita il livello politico per l’incapacità di cambiare se stesso e di promuovere un rinnovamento della classe dirigente come al male principale della politica italiana. Ma io chiedo: ma dove sono tutti questi cittadini pronti a mettersi a disposizione e a far politica nei consigli comunali, nelle circoscrizioni, nel consiglio provinciale, nelle sedi di partito o nei gruppi civici? Perché e’ vero che da una parte chi occupa una “cadrega” non vuole mollarla, ma e’ anche vero che manca quel patrimonio di partecipazione che, fonte di un vero e vivace dibattito politico, rappresenta la fucina per il rinnovo continuo della classe dirigente. Se vogliamo davvero trovare una via d’uscita alla situazione attuale ognuno deve farsi carico di portare parte del penso derivante da una responsabilità di gestione della cosa pubblica condivisa. Non e’ il momento di ghettizzare la politica quindi, e’ il momento di fare esattamente il contrario e di esaltarne il valore sociale. Serve un richiamo alla partecipazione: un partito, un movimento, un’associazione sono strumento democratico solamente quando molti cittadini contribuiscono alla vita ed al dibattito interno. E’ importante entrare nelle sedi di partito, nei movimenti, nelle associazioni e’ importante ritornare ad una politica partecipata che dia vita ad una sorta di nuova agorà che consenta ad ogni cittadino di portare il proprio contributo nella gestione diffusa della cosa pubblica e dei beni comuni.

Affrontiamo la necessaria riforma degli strumenti democratici e della politica in modo serio. A mio avviso più che diminuire gli stipendi e’ importante ritracciare il perimetro della politica e dei suoi mille comuni, delle sue mille società di sistema e dei suoi mille enti. Insomma sarei davvero per una classe dirigente anche ben pagata ma formata da meno referenti più capaci e preparati e per una societa’ civile attenta, vivace e partecipe capace di farsi farico delle responsabilita di una gestione distribuita della cosa pubblica.

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